Nessuno strappo su Hormuz.

Nessun 'armiamoci e partiamo', sebbene la crisi energetica mostri giorno dopo giorno tutta la sua gravità. Giorgia Meloni - al di là della dichiarazione congiunta di Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone diffusa da Downing Street (a cui si è unito anche il Canada) - non ha cambiato idea sulla linea da tenere sulla guerra in Iran. Una linea che, al vertice dei 27, è emersa come nettamente maggioritaria: al pressing di Trump l'Europa risponde che c'è, ma solo dopo una tregua. E, punto per nulla marginale, solo sotto l'ombrello delle Nazioni Unite.

I 27 si sono ritrovati a Bruxelles con due certezze: la prima è che quella di Usa e Israele all'Iran non sia la guerra dell'Europa. Non è una guerra che rispetta il diritto internazionale, in un momento nel quale l'Ue, dopo qualche inciampo lessicale, è tornata a presentarsi come la principale trincea del multilateralismo. Il pranzo tra i 27 e il segretario generale Antonio Guterres è stato anche, e soprattutto, un appuntamento simbolico. La seconda certezza, per l'Ue, sta negli effetti potenzialmente drammatici del conflitto.

E non solo sul fronte energetico. Meloni, poco prima di decollare per il Belgio, ha firmato una lettera con la premier danese Mette Frederiksen. "Non possiamo rischiare che si ripeta il fenomeno dei flussi di rifugiati e migranti verso l'Ue a cui abbiamo assistito nel 2015-2016. Ciò non solo costituirebbe una catastrofe umanitaria, ma rischierebbe anche di incidere sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione", hanno avvertito le due leader. Chiedendo ai vertici comunitari un pre-coordinamento se, col protrarsi del conflitto, dovesse presentarsi l rischio di una ondata migratoria sulla scia di quanto accade con la guerra in Siria. La lettera potrebbe essere solo il calcio di inizio di un piano Ue. Non è un caso che sia stata illustrato da Meloni e Frederiksen alla riunione con i cosiddetti Paesi like-minded sulla migrazione che ormai usualmente precede il Consiglio europeo.