A vent’anni dall’adozione della Convenzione del 2005 sulla protezione e promozione della diversità delle espressioni culturali, l’Unesco ha pubblicato «Re|Shaping Policies for Creativity». Si tratta, a tutti gli effetti, di un rapporto di valutazione ex-post delle politiche culturali dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione, che si pone l’obiettivo di misurare quanto i suoi principi siano stati tradotti nel tempo in azioni concrete. L’analisi, che offre anche un ulteriore livello di lettura sulla capacità dell’Unesco di orientare le politiche degli stati membri, si articola in dieci capitoli tematici, che spaziano dalla governance culturale agli ecosistemi digitali, dal ruolo della società civile al contributo della cultura allo sviluppo sostenibile, fino alle questioni legate all’uguaglianza di genere.

Il valore economico della cultura

Negli ultimi vent’anni il settore culturale e creativo ha conosciuto una profonda evoluzione, consolidandosi come infrastruttura politico e passando da ruolo principalmente conservativo a leva strategica per innovazione, coesione sociale e sviluppo dei territori. Eppure, nonostante questa trasformazione, il rapporto Unesco apre con un dato di natura economica, richiamando subito l’attenzione su una questione ancora irrisolta: la cultura deve essere considerata un bene pubblico o un settore orientato al mercato?