Serve una profonda riflessione su cosa sia cultura oggi e i motivi, economici, politici, sociali, per cui il comparto delle cosiddette imprese culturali e creative debba essere sostenuto.

Mentre l’Occidente, in generale, si interroga sul ruolo educativo dei musei e sulla sostenibilità dell’industria culturale e, in particolare, in Italia nella bozza della legge di bilancio in corso di approvazione si ipotizza una stretta del finanziamento pubblico, da altre parti si pensa alla cultura in maniera più trasversale.

La Francia, che non sta di certo attraversando un buon periodo, ha lanciato un piano di sviluppo e di investimento culturale dichiarando che «la scena francese dell’arte contemporanea non è mai stata così dinamica ma merita di essere più visibile e portata di fronte alle fragilità del settore… Accompagnare i nostri artisti, le nostre gallerie e le nostre istituzioni significa affermare il posto della Francia come potenza culturale di primo piano».

La vera guerra culturale, però, si combatte su altri campi. La Cina ha una tradizione culturale millenaria ma non rimane ferma a guardare al passato. La politica di Pechino ha ben presente le evoluzioni contemporanee. Mentre i videogiochi occidentali sembrano più orientati al profitto che alla trasmissione di contenuti culturali e raramente si pongono l’obiettivo di veicolare valori civici o visioni del mondo lasciando un vuoto strategico, altri stanno occupando lo spazio con grande intelligenza. E così la Cina sta infiltrando la sua visione del mondo attraverso canali spesso ignorati dai decisori politici occidentali: le piattaforme di gaming, le app di streaming, le community online. Siamo in netto ritardo nel riconoscere e governare questa dimensione. Lasciare il monopolio dell’immaginario ad altri significa perdere non solo quote di mercato, ma influenza culturale e capacità di orientare le narrazioni del presente e del futuro.