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I membri del regime di Teheran sempre più braccati dall’intelligence israeliana. Il ruolo delle soffiate e l’incognita dei raid aerei

La superiorità aerea ottenuta in Iran da Stati Uniti e Israele sin dalle prime ore dell’operazione Epic Fury non basta. La storia dei conflitti moderni, infatti, insegna che difficilmente, per non dire quasi mai, un regime crolla solo se sottoposto alla pressione dei bombardamenti dall’alto. La resistenza e la reazione messe in campo dal regime iraniano, a quasi tre settimane dall’inizio della guerra, sembrano confermare ancora una volta tale assioma. E mentre proseguono il blocco dello Stretto di Hormuz e gli attacchi contro i Paesi del Golfo da parte della Repubblica Islamica e Donald Trump valuta un intervento di terra, il governo israeliano accelera la sua campagna di raid contro i funzionari di Teheran.

Stando a quanto riportato pochi giorni fa dal giornale Kayhan, il presidente americano avrebbe concesso circa una settimana a Benjamin Netanyahu per dimostrare di poter ottenere un cambio di regime. Il premier dello Stato ebraico è consapevole che il tycoon potrebbe essere tentato, nonostante le sue esternazioni in senso contrario, di concludere il conflitto da un momento all’altro, rivendicando come vittoria il degradamento dei sistemi militari di Teheran, come già successo l’anno scorso nella campagna contro gli Houthi e in occasione della guerra dei 12 giorni.