Un pioniere del fenomeno fu l’attore Cary Grant negli anni ‘60: fece un passo indietro nella carriera dopo la nascita della figlia Jennifer. Oggi ci sono anche in Italia esempi di papà che, per prendersi cura dei figli, lasciano o cambiano lavoro, rifiutano un trasferimento. Casi non paragonabili numericamente a quelli delle mamme ma che cominciano a uscir fuori dalla pura eccezionalità. «Quando sono nati i miei gemelli – racconta il manager Marco Ottonello - ho deciso di prendere un anno di congedo. Ero un alto dirigente in Italia, con l’arrivo dei figli ho sacrificato carriera e soldi per avere più tempo per me e la mia famiglia». A Bolzano un commercialista trentenne, Mario T., ha lasciato lo studio per cui lavorava e si è messo in proprio in modo da potersi occupare dei figli e non costringere la moglie a prendere un part time. «Ho seguito la mia compagna in Asia per consentirle di progredire nella carriera, e dopo alcuni mesi di aspettativa, ho lasciato il mio posto di lavoro», dice un ex manager del settore delle telco.

Aumenta tra i padri la motivazione di cura nelle dimissioni volontarie

I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) registrano in effetti un aumento della motivazione di cura tra quelle addotte dai padri per le dimissioni volontarie e le risoluzioni consensuali entro i tre anni di vita del bambino, mostrando un timido cambiamento culturale. In generale, secondo la relazione sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali di madri e padri lavoratori, pubblicata a maggio scorso, nel 2024 si sono registrate 59.454 dimissioni volontarie; di queste il 69,6% riguarda le donne. Nel 2023 le dimissioni volontarie degli uomini sono salite dell’11,7%, dato stabile nel 2024 mentre quello delle donne cala (-3,8%). La cura come motivazione per le dimissioni o risoluzioni consensuali addotte dai padri aumenta dal 16,7% del 2023 al 21,1% del 2024.