Non c’è pace per Spirit Airlines, la compagnia low cost americana fallita e tentato il salvataggio due volte in un anno dal Tribunale a cui ha avuto accesso in entrambi i casi attraverso la procedura del «Chapter 11». E’ di questi giorni la presentazione dell’ennesimo piano di salvataggio proprio mentre la guerra in Medio Oriente sta facendo schizzare verso l’alto il prezzo del carburante mettendo in seria difficoltà la sua sopravvivenza. In una corsa contro il tempo per mettere in salvo quello che resta, la compagnia ha dichiarato di aspettarsi di ridurre il numero di aeromobili a soli 76-80 entro il terzo trimestre del 2026, rispetto ai 214 prima della crisi con l’obiettivo di ridurre i debiti e i contratti di leasing dei velivoli da circa 7,4 miliardi di dollari a soli 2 miliardi di dollari. La sua flotta è composta principalmente da Airbus A320 e A321ceo.
Il timing non aiuta e mentre la compagnia cerca di ottenere l’approvazione della Corte Fallimentare degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York, decisione attesa entro maggio, la volatilità dei prezzi del carburante ha reso le sue previsioni più difficili. Quello che è stato comunicato è che la Spirit post-fallimento sarà una compagnia aerea molto più piccola, concentrata principalmente su alcuni mercati chiave come Florida, Michigan e l’area di New York City.






