La low cost Spirit chiude e diventa la prima vittima della guerra in Iran.

La compagnia è stata affossata dal caro-cherosene che ha complicato la sua uscita dalla procedura fallimentare.

I problemi di Spirit non sono infatti una novità. Nell'ultimo anno ha fatto ricorso al Chapter 11, la bancarotta assistita, in ben due occasioni. L'ultima lo scorso agosto dalla quale sarebbe però dovuta emergere dopo aver raggiunto un accordo con i creditori. La guerra in Iran però ha complicato e fatto naufragare il piano: il caro-carburante si è andato a sommare ai problemi esistenti, affondando la società. Il governo americano ha provato a salvare la low cost ma senza esito: i creditori hanno rifiutato la proposta di Donald Trump, pronto a staccare un assegno da 500 milioni di dollari in cambio di una quota del 90% nella compagnia. Accettare una tale iniziativa avrebbe relegato in seconda fila i creditori di Spirit, ponendo il governo in cima alla lista nel caso in cui ci fossero stati fondi da recuperare.

"Trump ha presentato un'offerta straordinaria per cercare di salvare Spirit, ma non si può infondere vita in una cadavere", ha spiegato un creditore.

Le trattative fra la compagnia e l'amministrazione si sono protratte per settimane fra proposte e controproposte, ma alla fine non è stato possibile raggiungere un'intesa. Negli ultimi mesi, Trump ha in più occasioni scaricato su Joe Biden la responsabilità dei problemi di Spirit visto che l'antitrust dell'ex presidente aveva bloccato le sue nozze della compagnia con JetBlue.