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Mancano dragamine e cacciatorpedinieri. Il blitz sull'isola aprirebbe una fase critica
Stavolta Donald Trump sembra aver dimenticato che i mari sono le vene giugulari del commercio. Un svista non da poco. Soprattutto per un grande uomo d'affari. Una svista che rischia di costargli cara. Liberare Hormuz non è uno scherzo. E conquistare il terminale di Kharg - situato di fronte al Kuwait e a ridosso della sponda nord orientale del Golfo Persico - non è un gioco da ragazzi. Soprattutto se nessuno dei tuoi alleati è disposto a darti una mano. E peggio ancora se l'"armada" spedita a fronteggiare l'Iran non è stata pensata per quel tipo di operazioni.
Per conquistare Kharg bisogna passare da Hormuz. Dunque bisogna liberare un collo di bottiglia che nel punto più stretto non supera i 16 chilometri. Altrimenti le navi anfibie mandate a prendere il terminal rischierebbero di restar bloccate nell'attuale ingorgo di petroliere. E non avrebbero una scorta sufficiente per attraversare indenni i 480 chilometri di mare tra lo stretto e il terminale. Liberare Hormuz scortando le petroliere verso l'Oceano Indiano è dunque il primo indispensabile passo. Ma le squadre navali guidate dalle portaerei Gerald Ford e Abraham Lincoln, pur contando dozzine di navi, non sono attrezzate per farlo. Questo tipo di operazioni richiede infatti la presenza di dragamine e cacciatorpedinieri. Le dragamine, di solito almeno due, guidano il convoglio di navi commerciali da mettere in sicurezza. I cacciatorpedinieri ne proteggono la testa, i fianchi e la retroguardia. In base a queste considerazioni gli esperti di tattiche navali calcolano che la scorta di dieci petroliere richieda la presenza di altrettante navi da combattimento. Al momento però i cacciatorpedinieri classe Arleigh Burke della Marina statunitense mandati in Medio Oriente sono appena otto. Dunque bastano appena a scortare un convoglio.






