Starnuti e occhi gonfi arrivano prima: la correlazione tra cambiamento climatico e aumento delle patologie allergiche respiratorie è sempre più evidente. E non è soltanto una sensazione. Negli ultimi anni diversi studi scientifici hanno confermato che l’aumento delle temperature e della concentrazione di CO₂ nell’atmosfera sta modificando tempi, durata e intensità delle pollinazioni. Una trasformazione che molti pazienti hanno già sperimentato sulla propria pelle: primavere più lunghe, sintomi più intensi, stagioni allergiche meno prevedibili. .

Primavere anticipate, stagioni più lunghe

Le stagioni polliniche non sono più quelle di una volta. La primavera tende a iniziare prima e a finire più tardi, allungando di settimane – talvolta di mesi – il periodo in cui chi soffre di rinite allergica o asma si trova a convivere con i sintomi. Ma l’aumento della CO₂ e delle temperature non incide solo sul calendario: influisce anche sulla quantità di pollini rilasciati. Concentrazioni più elevate di anidride carbonica stimolano la crescita delle piante e favoriscono una maggiore produzione di allergeni. Il risultato è una combinazione sfavorevole: stagioni più lunghe e cariche allergeniche più pesanti. Anche le temperature autunnali più miti giocano un ruolo, perché ritardano la fine delle pollinazioni e riducono i periodi di tregua per i pazienti.