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16 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 13:32

Era l’estate del 2000 quando il quotidiano Libero – allora diretto da Vittorio Feltri – pubblicò una lista di nomi di pedofili. Uomini condannati per aver abusato sessualmente di minori. Un putiferio di polemiche che portarono alla radiazione di Feltri dall’ordine dei giornalisti. Questo perché quella lista di proscrizione avrebbe permesso di individuare le vittime della violenza più oscena ed era una clamorosa violazione della Carta di Treviso – uno dei cardini deontologici dei giornalisti – firmata il 5 ottobre 1990. La pubblicazione dei nomi di indagati e arrestati per quei reati avviene solo se questo non permette l’individuazione delle vittime. Ed è questo criterio che ha impedito di scrivere i nomi del vice direttore di un tg e una docente di liceo arrestati per violenza sessuale nei confronti di minori, pornografia minorile, detenzione e accesso a materiale pornografico. Oltre a danneggiare ulteriormente le vittime, violare la Carta di Treviso esporrebbe il giornalista a una sanzione severa fino appunto alla radiazione.

Il principio cardine è chiaro: il minore non deve essere mai identificabile, né direttamente né indirettamente. Questo significa che non si possono pubblicare: nomi e cognomi del minore; fotografie o immagini riconoscibili; dettagli che possano far risalire alla sua identità (come l’arresto di parenti); riferimenti precisi alla famiglia o al contesto sociale. Il problema, nella pratica giornalistica, emerge soprattutto nei casi di pedofilia o abusi sessuali. Pubblicare il nome dell’indagato o dell’arrestato può infatti rendere automaticamente identificabile la vittima, soprattutto quando si tratta di contesti familiari o sportivi, di piccoli centri.