Le mafie sono reti criminali complesse, che si avvantaggiano delle infiltrazioni con ambienti istituzionali, politici, imprenditoriali anche di grande livello». Parla Antonello Ardituro, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, e la sua voce porta nel dibattito referendario un punto di vista che finora è rimasto fuori dalla campagna: quello della lotta alla criminalità organizzata. Fino ad oggi nessuno aveva messo sul tavolo la questione di come la riforma della magistratura possa incidere sul contrasto alle mafie. Ardituro lo fa, con la precisione di chi lavora ogni giorno su quei dossier. E vota No.
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Lorenzo Marone
15 Marzo 2026
La premessa è storica: «Le mafie italiane non sono più quelle che sparano, sono quelle che corrompono, che infiltrano il potere, che si mimetizzano nei gangli delle istituzioni e dell’economia. Questa è la storia degli ultimi trent’anni della lotta antimafia», spiega il magistrato. «Per fronteggiare una criminalità organizzata di questo tipo serve una magistratura con forte autonomia e indipendenza. I risultati che abbiamo ottenuto, li abbiamo ottenuti con questa Costituzione e con questa magistratura. Alterare quell’equilibrio significa indebolire il pubblico ministero proprio dove deve essere più forte: di fronte alle reti di potere che proteggono la criminalità. Cambiare è sempre pericoloso, soprattutto quando nessuno può negare che i risultati nel contrasto alle mafie sono stati importantissimi».
















