Dal litorale di Bolgheri a Firenze il treno risale lentamente l’interno. Si parte dalla piccola stazione di Bolgheri-CastagnetoCarducci, sulla linea tirrenica, e si arriva a Firenze Santa Maria Novella dopo un tragitto che ha ancora il tempo giusto per preparare lo sguardo.

Fuori dal finestrino il paesaggio cambia quasi impercettibilmente: la costa arretra, le vigne si dispongono in filari ordinati, i campi diventano superfici che si sovrappongono in fasce di colore: il verde scuro degli olivi, il rosso della terra, il grigio caldo delle strade bianche. A poco a poco il paesaggio si semplifica, le forme singole perdono importanza; restano le relazioni tra una fascia e l’altra, tra luce e ombra, tra un colore e quello che lo trattiene.

È una maniera di vedere che non è lontana da quella di Mark Rothko: non l’oggetto isolato, ma la tensione tra superfici. E, aggiungerei, non è un cattivo modo per arrivare a Palazzo Strozzi, dove Firenze ha dedicato una grande mostra all’artista americano di origine lituana. Non una semplice retrospettiva, ma un progetto costruito attorno al rapporto tra l’artista e la città: Firenze, con i suoi spazi e la sua luce, non è solo uno sfondo, ma diventa un interlocutore silenzioso della pittura.