Firenze, 12 mar. (askanews) – Il lavoro di Mark Rothko, uno dei più importanti pittori del secondo Novecento, è una forma di esperienza dello spazio, un percorso che diventa necessariamente filosofico, nel momento in cui ci si avvicina, ma è una filosofia della presenza, del modo in cui possiamo immaginare la nostra posizione di fronte e dentro l’arte. Palazzo Strozzi dedica all’artista una retrospettiva importante, profonda, che restituisce una lettura credibile della portata dell’opera dell’artista nato in Russia nel 1903 e diventato, negli Stati Uniti, uno dei grandi interpreti dell’astrazione. La mostra è intitolata “Rothko a Firenze” ed è curata da Elena Geuna insieme a Christopher Rothko, figlio di Mark.
“Abbiamo cercato di individuare i quadri che fossero più legati alla sua esperienza in Italia, che aveva immaginato già prima di arrivarci realmente da uomo di mezza età negli anni 50 – ha detto Rothko ad askanews -. Aveva sognato questo viaggio, che era davvero importante per lui. Aveva guardato all’arte del Rinascimento, alle tracce dell’antica Roma per tutta la sua vita nell’attesa di arrivare a conoscerle direttamente”.
Il legame con la grande pittura e i grandi edifici è importante, ma, attraversando le sale di Palazzo Strozzi – cui i dipinti portano una luce diversa, le trasformano in modo sorprendente – si sente che la potenza della pittura di Rothko va oltre i presupposti narrativi, crea una dimensione differente, occupa lo spazio. Ed è possibile percepirlo fin dalle prime opere, ispirate al surrealismo e comunque ancora in parte figurative, ma nei grandi campi di colore questa sensazione diventa totalizzante. I quadri di Rothko sono finestre aperte su di noi.











