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13 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:00

Le conseguenze distruttive non sono paragonabili ai missili, ma gli attacchi cyber dell’Iran possono far male ai paesi del Golfo e all’Occidente. Martedì la multinazionale americana dei dispositivi medici, Stryker, è stata colpita da un attacco informatico rivendicato sulla piattaforma Telegram dal gruppo iraniano Handala. Nei primi 7 giorni dall’inizio del conflitto, con i raid usa e di Israele del 28 febbraio, criminali vicini a Teheran hanno rivendicato oltre 600 attacchi cyber in 11 paesi. Nel mirino le infrastrutture critiche e i servizi essenziali, secondo un rapporto firmato dall’azienda di sicurezza informatica Maticmind. La strategia è all’insegna del detto persiano “Jang o Ashub”, guerra e caos: gli attacchi hacker non sconfiggeranno Washington e Tel Aviv, ma possono avvicinare “l’avversario al tavolo delle trattative, trasformando l’instabilità in costo economico” e pressione psicologica sull’opinione pubblica. Del resto, il prezzo più salato della guerra ibrida lo paga la società civile, non gli eserciti lungo il fronte.

Martedì migliaia di lavoratori del colosso Strycker non sono riusciti ad attivare smartphone e computer portatili aziendali. Il gigante dei dispositivi e servizi medici con sede nel Michigan conta 56 mila dipendenti, filiali in 61 Paesi inclusa l’Italia. In un documento depositato alla Sec (Securities and Exchange Commission, l’ente per la vigilanza sui mercati azionari) ha denunciato interruzioni e limitazioni dell’accesso ai sistemi informatici, ma i tempi per il ritorno alla normalità non sono noti. Nessun ransomware, il virus “maligno” in grado bloccare i dati fino al pagamento di un riscatto: la prova di un attacco politico, non a scopo di lucro.