Roma, 12 mar. (askanews) – Nel sottofondo dell’operazione Epic Fury, tra droni e campagne aree, esiste un secondo campo di battaglia. Quello del cyber spazio. Ad analizzare il potenziale iraniano in questo teatro è Maticmind – società di Zenita Group – nel suo ultimo intelligence brief. Durante il picco dell’escalation di febbraio-marzo 2026, sono state registrate 600+ rivendicazioni di attacco in soli 7 giorni, coinvolgendo 47 threat actor distinti e colpendo 11 paesi. Nonostante il volume, l’impatto strategico delle offensive cyber rimane sistematicamente inferiore a quello di missili e proxy armati.
La vera chiave di lettura, si legge in una nota, risiede in una logica strategica non formalizzata, che può essere sintetizzata con l’espressione persiana “Jang o Ashub” (Guerra e Caos). Per Teheran, il dominio cyber non è un’arma decisiva per vincere conflitti militari, ma uno strumento scalabile di pressione psicologica e leva negoziale. La logica è modulare e calibrata: si inizia con il “rumore” (DDoS, defacement) per saturare i difensori e costruire narrativa, per poi passare al “silenzio” strategico (accessi persistenti, esfiltrazione IP). Il caos generato non è un fine, ma un mezzo per costringere l’avversario al tavolo delle trattative, trasformando l’instabilità in costo economico e cognitivo. Un paradosso operativo emerge dal conflitto: con la connettività Internet in Iran crollata al 4%, l’attività degli APT statali interni si è ridotta, spingendo Teheran ad attivare 60+ gruppi proxy e hacktivisti esterni. Questo rende il panorama più frammentato e difficile da attribuire, ma amplifica la pressione mediatica.














