La Toscana è stata la prima regione in Italia ad applicare, nel 1999, la legge Galli sul servizio idrico integrato, scegliendo come modello di gestione quello pubblico-privato: le “vecchie” municipalizzate hanno aperto il capitale a soci industriali, che hanno iniettato know how e tecnologie.
Ora però il vento è cambiato, l’”acqua pubblica” è tornata ad essere una bandiera sventolata da vari sindaci di centrosinistra, oltre che dalla Giunta regionale a guida Pd-M5S, e le società idriche toscane hanno cominciato a fare marcia indietro. La prima è Publiacqua, controllata al 60% dai Comuni e al 40% dalla multiutility romana Acea (attraverso Acque Blu Fiorentine), che opera nell’area Firenze, Prato, Pistoia, la più popolata della regione. Alla scadenza della concessione, Publiacqua (415mila utenze e 650 dipendenti) ha deciso di liquidare Acea, quotata in Borsa e controllata dal Comune di Roma, e di riportare la gestione in mani interamente pubbliche.
Il divorzio è stato sancito dalla sentenza del Tribunale civile di Firenze pubblicata il 10 marzo scorso, che ha rigettato il ricorso di Acea e ha avallato il trasferimento della partecipazione del 40% alla multiutility Alia (oggi Plures), gruppo 100% pubblico cui appartiene Publiacqua. Il corrispettivo che Plures pagherà ad Acea è circa 122 milioni di euro. Acea dovrà restituire a Plures 8 milioni di dividendi “indebitamente percepiti dal socio privato dall’esercizio dell’opzione”, precisa un comunicato. In questo modo la partecipazione di Plures in Publiacqua salirà al 98% (il 2% è detenuto direttamente da alcuni Comuni). Acea ha già annunciato che presenterà ricorso.







