C’è un libro meraviglioso di Varlam Šalamov, Tra le bestie la più feroce è l’uomo (Adelphi), che mi è venuto in mente quando ho letto i motivi opposti dal ministro Alessandro Giuli alla decisione di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, di accettare artisti russi oltre che iraniani e palestinesi e israeliani: «Ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente». Eppure sono sicuro che non c’è bisogno di ricordare a Giuli (lo sono perché è mio amico da tanti anni, come lo è Buttafuoco) l’arte altissima di Leni Riefenstahl o di Robert Brasillach o di Mario Sironi o di Pietro Mascagni, a cui non passò neanche per la testa di animare la dissidenza a Hitler e a Mussolini. Ma il libro di Šalamov è meraviglioso perché va ancora oltre, e racconta lo strepitoso fermento nella Mosca degli anni Venti, durante i quali la dittatura di Lenin e poi di Stalin già mordeva, ed erano anni percorsi da uno sbalorditivo drappello di poeti e scrittori giganteschi, da Pasternak a Bodganov, da Majakovskij a Cvetaeva, da Achmatova a Mandelštam, da Bulgakov a Šolochov, fino allo stesso Šalamov. Scrivevano e discutevano e si chiedevano se si celasse fra di loro il nuovo Puskin che il comunismo avrebbe senz’altro prodotto perché, se il capitalismo è un sistema che calpesta e soffoca, il comunismo invece libera l’uomo e innalza l’artista a quota mai raggiunte… Non ci fu mai tanto genio, io credo, tutto insieme a cantare i peana di una dittatura. Finiranno tutti male proprio perché, a suo modo, la dittatura aveva fatto di ognuno di loro un nuovo Puskin.
Il nuovo Puskin
C’è un libro meraviglioso di Varlam Šalamov, Tra le bestie la più feroce è l’uomo (Adelphi), che mi è venuto in mente quando ho letto i motivi opposti dal ministro Alessandro Giuli alla decisione di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, di accettare artisti russi oltre che iraniani e palestinesi e israeliani: «Ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente». Eppure sono sicuro che non c’è bisogno di ricordare a Giuli (lo sono perché è mio amico da tanti anni, come lo è Buttafuoco) l’arte altissima di Leni Riefenstahl o di Robert Brasillach o di Mario Sironi o di Pietro Mascagni, a cui non passò neanche per la testa di animare la dissidenza a Hitler e a Mussolini. Ma il libro di Šalamov è meraviglioso perché va ancora oltre, e racconta lo strepitoso fermento nella Mosca degli anni Venti, durante i quali la dittatura di Lenin e poi di Stalin già mordeva, ed erano anni percorsi da uno sbalorditivo drappello di poeti e scrittori giganteschi, da Pasternak a Bodganov, da Majakovskij a Cvetaeva, da Achmatova a Mandelštam, da Bulgakov a Šolochov, fino allo stesso Šalamov. Scrivevano e discutevano e si chiedevano se si celasse fra di loro il nuovo Puskin che il comunismo avrebbe senz’altro prodotto perché, se il capitalismo è un sistema che calpesta e soffoca, il comunismo invece libera l’uomo e innalza l’artista a quota mai raggiunte… Non ci fu mai tanto genio, io credo, tutto insieme a cantare i peana di una dittatura. Finiranno tutti male proprio perché, a suo modo, la dittatura aveva fatto di ognuno di loro un nuovo Puskin.










