Il 26 ottobre 2018, per Sara Calzavacca, non è una data. È uno strappo. Un prima e un dopo. Una di quelle porte che si chiudono all’improvviso e cambiano la direzione della vita per sempre. “È stata la mia sliding door”, racconta. “Un secondo prima ero una donna che cercava risposte. Un secondo dopo ero una paziente oncologica con un linfoma avanzato”.
Per un anno intero aveva bussato a porte diverse, chiedendo solo di essere ascoltata: una stanchezza devastante, febbre ogni sera, sudorazioni improvvise, una tosse che le toglieva il respiro, dolori alla schiena che la piegavano in due. “Mi sentivo a pezzi, letteralmente. Ma nessuno capiva quanto stessi precipitando”.
La diagnosi
Quando la TAC mostrò una massa di undici centimetri nel mediastino e molte metastasi sopra e sotto il diaframma, la prima cosa che le dissero fu: “Hai il linfoma di Hodgkin. Tranquilla: se uno proprio dovesse scegliere, questo è il cancro ‘migliore’ da avere”. Oggi Sara ha 42 anni, ne sono passati sette, e ancora ricorda quella frase senza riuscire a dimenticarla. Perché lei, in ogni fase della malattia, si è trovata sempre nel gruppo ristretto di pazienti per cui i trattamenti non funzionano come previsto. Le dicevano: “Nell’80% dei casi la cura porta subito alla remissione”.






