PORDENONE - Il ricordo di Mario Ruoso resta vivo nelle parole del fratello Lino, 78 anni, che fatica a trovare una spiegazione a quanto accaduto. Una vicenda che ha segnato non solo la famiglia ma anche l'intera comunità locale, lasciando interrogativi e dolore. E riferendosi a Loriano Bedin, l'indagato che ha confessato l'omicidio di Mario, Lino afferma: «Non è una persona che può fare del male, non è cattivo: o sei fuori di testa, ma non lo posso sapere, o non si spiega». Il fratello della vittima ricorda Bedin come un «bonaccione», una persona dal carattere tranquillo e disponibile verso gli altri. «Montava le antenne a Telepordenone ed era un libero professionista», dice Lino, sottolineando l'impegno lavorativo che ha caratterizzato la vita dell'uomo. «Non avrei mai creduto che gli avrebbe potuto fare del male, tuttora penso che ci sia qualcos'altro sotto». E ricorda i messaggi del fratello che ha ancora nel telefono. «Anche lui, ad esempio, non credeva che ci fosse Bedin dietro il rogo dell'estate scorsa (circostanza per la quale non è stato trovato un colpevole ndr). Lo ha sempre considerato un amico».

Lino Ruoso ha voluto ricordare anche l'impatto umano e sociale della vita di suo fratello. «Questo non doveva capitare a mio fratello, ha dato lavoro a tantissime persone, ha fatto tanto per il territorio». Per oltre mezzo secolo ha lavorato fianco a fianco con Mario al Garage Venezia. Condividevano la passione per le auto: entrambi piloti da corsa. «Ho 200 coppe in casa», fa sapere Lino ricordando che il fratello era specializzato nelle auto chiuse. Soli fin da giovani, persero la famiglia d'origine molto presto. «Mi è mancato il papà a 17 anni, la mamma a 27», ricorda Lino. Nel 1967 iniziano l'attività: il Garage Venezia, situato inizialmente nei locali dove si trova oggi il Kebab, a Porcia, sotto il palazzo dove viveva Mario e dove è stato ucciso. Poi dopo qualche anno il trasferimento alla zona davanti. «Lì c'era solo una palude e abbiamo creato il Garage Venezia», ricorda Lino. L'attività familiare aveva raggiunto nel tempo un notevole volume di lavoro. «A maggio si arrivava a cinquecento auto, più di mille macchine all'anno». Tra i ricordi emergono anche le abitudini quotidiane della vittima. «Un'ora di ginnastica ogni giorno, attraversava la strada». La vita di Mario era scandita da semplici rituali e dalla presenza costante nel lavoro e nella comunità.