Mi viene spesso detto che, per il percorso professionale che ho compiuto, rappresento un modello di riferimento. Ovviamente, un riconoscimento che fa piacere; ma la realtà è che non si tratta di un percorso lineare né privo di ostacoli. Ho incontrato fatiche, arretramenti, momenti in cui la carriera sembrava sospesa. Le maternità – due figlie – in un contesto istituzionale come quello della Banca d’Italia, dove il merito è un criterio rigoroso, hanno determinato una pausa nelle valutazioni annuali, rallentando inevitabilmente la progressione professionale.

Le necessità di assistere i miei genitori anziani e malati mi hanno portata a rinunciare a una promozione che comportava un trasferimento. Gli inconvenienti nei rapporti di lavoro, le condizioni che le donne spesso devono accettare, le continue domande su “Perché ti interessa?” quando era chiaro che uomini meno qualificati venivano considerati e la pressione costante di dover essere sempre preparata al massimo livello, sono elementi di un retaggio culturale che ancora condiziona profondamente le carriere femminili. Alle donne, semplicemente, non si perdona nulla.

Il peso persistente della maternità e del lavoro di cura

Oggi posso affermare che molte delle difficoltà incontrate hanno radici strutturali. La maternità e il carico di cura continuano a pesare soprattutto sulle donne, stimato intorno al 70%, riducendo le loro opportunità di lavoro e di sviluppo professionale. La strada da percorrere è chiara: più condivisione familiare (purtroppo il ricorso maschile al congedo parentale rimane scarso), più asili nido e scuole materne accessibili, più strutture pubbliche dedicate agli anziani. Questi interventi non sono solo una questione di equità, ma di efficienza sociale ed economica.