Liste d’attesa da governare insieme o contro le Regioni, Case di comunità da aprire entro giugno e riempire di medici e infermieri e una spesa farmaceutica da arginare. Eccole le tre bombe pronte a esplodere nei prossimi mesi nel terreno minato della Sanità. Il fuoco cova sotto la cenere da tempo, ma la temperatura è tornata a salire e la fine Legislatura che si avvicina renderà ancora più incandescente il clima.

Nodo liste d’attesa

Cominciamo dall’emergenza numero uno per i cittadini: le liste d’attesa che costringono oltre 4 milioni di italiani a rinunciare a curarsi (diventano 6 milioni se si aggiungono i motivi economici): oltre un anno e mezzo fa il Governo ha annunciato il suo piano per abbatterle, ma finora di risultati se ne sono visti davvero pochi. Tanto è vero che da qualche mese il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha deciso di metterci la faccia e ha strigliato a più riprese le Regioni colpevoli di non applicare le misure di quel piano: dalle aperture nei week end per fare visite ed esami, alla creazione di Cup unici per le prenotazioni, fino all’impiegodel privato o dell’intramoenia - a carico delle Asl - per garantire il posto ai cittadini costretti ad aspettare troppo. Certo il peccato originale del piano sulle liste d’attesa lanciato nell’agosto del 2024 è stato quello di finanziarlo con poche risorse, ma è indubbio che le responsabilità sulla sua mancata attuazione ricadano anche sulle Regioni. Che tra l’altro da mesi frenano la pubblicazione dei tempi sulle code ospedale per ospedale contenuti nella nuova Piattaforma nazionale sulle liste d’attesa: i dati - pubblicati in anteprima dal Sole 24 ore - mostrano divari tra le Asl inspiegabili, come gli 861 giorni necessari per effettuare un ecocolordoppler alla carotide programmabile all’Asl di Teramo, contro i 32 giorni dell’Asl 7 Pedemontana del Veneto.