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Ultimo aggiornamento: 7:22

“Manda esse lixo janela abaixo, aí”. Già che ci sei, tira quell’immondizia dal finestrino…

Esattamente cinque anni fa, l’8 marzo 2021, il Supremo Tribunal Federal brasiliano – ultima istanza di giudizio – avviò, con una prima sentenza, un processo di revisione che, in un paio di tappe, avrebbe rapidamente portato alla cancellazione di tutti i processi contro l’allora ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, popolarmente noto come “o Lula”, a suo tempo condannato, in primo e secondo grado, a 12 anni di carcere per il molto aleatorio delitto di “corruzione passiva” e per un altrettanto vago reato di “riciclaggio di denaro”.

Il STF, in realtà, non assolse “o Lula”. Semplicemente annullò – per “incompeténcia” e per “suspeicião”, ovvero perché affidate ad un tribunale non competente e perché condotti da giudici non imparziali – tutti e tre i processi che lo avevano fin lì condannato. Escluso dalla corsa presidenziale dell’ottobre 2018 (poi vinta dall’ultrareazionario “nostalgico” Jair Bolsonaro), Luiz Inácio Lula da Silva poteva ora, finalmente, tornare a correre. E le cronache ci raccontano come, correndo, nell’ottobre del 2022, abbia poi di stretta misura battuto proprio Jair Bolsonaro, per la terza volta tornando al Palacio do Planalto. E dove – dovesse tra sei mesi rivincere le elezioni – potrebbe rimanere per altri quattro anni, uscendone infine, ormai 85enne, con il manto del più longevo dei presidenti della Storia brasiliana.