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Ultimo aggiornamento: 16:57
“La presente azione penale è quasi un incontro del Brasile con il suo passato, con il suo presente e con il suo futuro”. Così Cármen Lúcia, giudice della prima sezione del Tribunale Supremo Federale, ha motivato il voto che, l’11 settembre, ha reso certa la condanna dell’ex presidente Jair Bolsonaro – sentenziato a 27 anni e 3 mesi – e di altri sette co-imputati per il tentativo di colpo di stato.
La storia del Brasile lascia pochi dubbi circa l’eccezionalità del verdetto. In passato, nessun colpo di stato, tentato e ancor di meno riuscito, era terminato con la condanna dei suoi responsabili. Il paese, sin dalla sua indipendenza, è stato soggetto al periodico intervento dei militari e alla rottura violenta dell’ordine costituzionale. L’ultima interruzione della legalità democratica, avvenuta nel 1964, era scaturita in una feroce dittatura militare, durata fino all’elezione diretta di José Sarney nel 1985.
Il tentativo di colpo di stato portato avanti da Bolsonaro era culminato nell’attacco dell’8 gennaio 2023 alle sedi di esecutivo, legislativo e giudiziario nella Praça dos Três Poderes di Brasilia da parte di una folla inferocita di sostenitori. In un’azione quasi identica a quella avvenuta presso il Campidoglio statunitense due anni prima, l’obiettivo era quello di spodestare Lula, insediatosi al governo pochi giorni prima. Secondo l’impianto accusatorio avanzato dalla Procuratoria Generale della Repubblica e accolto pressoché in toto dai giudici, l’assalto delle principali sedi istituzionali non era che l’ultimo tassello di una trama criminale ordita sin dal 2021.















