Nelle ultime dichiarazioni di Trump, però, il ruolo di Pahlavi appare ancora incerto.
«Io ero presente personalmente alla cerimonia di insediamento del presidente Trump l’anno scorso. Ricordo che, parlando con un suo capo dipartimento (un Ministro, di cui non posso fare il nome), quando chiesi cosa succederà con le cose che dice, lui mi disse: "Noi ascoltiamo sempre il Presidente, ma sappiamo che non sempre dobbiamo prenderlo alla lettera". Parole testuali. Queste dichiarazioni sono provvisorie, forse buttate lì. C’è un quadro ancora tutto da definire.
Probabilmente è anche una strategia: non chiarire in questo momento qual è l’alternativa da proporre. È un “treno” troppo pesante per poterlo togliere dal binario. In ogni caso è una figura storica per il suo Paese, un simbolo, al di là di come la si pensa».
Può essere un elemento aggregatore tra le varie minoranze in Iran?
«Sì, perché lui dice: il punto comune è lo Stato che ci accomuna tutti. Infatti usa più la parola "Iran", non "persiani" che riguarda un ceppo etnico. Iran è la composizione di tutti».












