Se da una parte Donald Trump ha fatto sapere in un’intervista esclusiva ad Axios di voler essere coinvolto nella scelta del futuro leader dell’Iran, e che non potrà essere Mojtaba Khamenei, il figlio del leader supremo assassinato lo scorso fine settimana, alla Casa Bianca starebbero aumentando le differenze interne sui piani di attacco. Da una parte c’è il segretario di Stato, Marco Rubio, che in alcuni colloqui privati avrebbe mostrato forti dubbi su un intervento di terra, proponendo gli attacchi aerei e il sostegno delle milizie curde senza dispiegare i soldati Usa. Dall’altra c’è il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che invece, insieme ad altri membri dell’esecutivo, vorrebbe convincere Trump a non escludere la possibilità di tornare con i «boots on the ground» in Medio Oriente, come è successo in Iraq e poi in Afghanistan.

In questa equazione ci sono altri due elementi da considerare: da giorni il vicepresidente J.D. Vance è completamente assente e nelle ore dei primi attacchi, quando è stato ucciso Khamenei, non era presente nella war room insieme a Trump, Rubio e Hegseth. Inoltre sta aumentando la frattura interna al movimento Maga. I politici e gli influencer dell’America First, tra cui Marjorie Taylor Greene e Tucker Carlson, continuano a criticare la guerra contro l’Iran, mentre Trump si è conquistato il soprannome di neocon Don, visto che dopo aver criticato per anni l’agenda dei falchi repubblicani in politica estera, il suo ritorno alla Casa Bianca sta riportando la dottrina di George W. Bush e Elliott Abrams al centro delle sue politiche. «Il confronto con l'Iran si sta sviluppando sulla base di alcune nuove linee guida, che potrebbero non essere gradite a molti dei suoi sostenitori», ha scritto Abrams su The Free Press, segnalando che il presidente starebbe venendo meno a due dei suoi principi: evitare “le guerre infinite” e inviare i militari sul territorio per tentare un cambio di regime.