Un giorno qualcuno, forse un umano della nuova specie che dovesse eventualmente rinascere dopo l’estinzione o lo sterminio di questa, si dedicherà allo studio del funzionamento della mente di alcuni dei protagonisti dello sfacelo del mondo precedente. “Mezz’ora nella testa di Donald Trump”, per esempio. Una simulazione da farsi con casco sul capo e visore, ma forse anche senza niente: ci saranno, allora, mezzi che non so immaginare. A me, già adesso, è una simulazione che non sembra difficile ma posso solo procedere coi mezzi analogici e deduttivi, arcaici e presto in totale disuso. Come esponente del mondo morente lascerei tuttavia due righe ai posteri, giusto perché non si dica che restammo muti con le mani in mano. Partirei da un dettaglio, come si fa (come si usava allora fare) per tenere desta la labile attenzione della malmostosa platea. Egli pensava che la guerra fosse il suo personale videogioco. Un giorno fece pubblicare dal profilo ufficiale della Casa Bianca un montaggio di scene dell’attacco militare in Iran alternate a quelle di un popolare videogame, Call of Duty, con la colonna sonora del gioco. Un’intera scolaresca era stata uccisa, in uno di quegli attacchi (reali, nel mondo reale) ma nella didascalia invitava ad acquistare un pacchetto di armi che lanciano scie di colori, pacchetto virtuale. Fu un giorno in cui per mezz’ora si divertì moltissimo. Più di quando si mostrò in tenuta da spiaggia con un cocktail in mano, immagini create con l’intelligenza artificiale, in un favoloso resort costruito sulle macerie, quelle vere, della striscia di Gaza. Era un adolescente complessato nel corpo pesante di un uomo bianco anziano, ricchissimo. Dalla sua cameretta, la Casa Bianca, giocava a governare il mondo comprando nuovi kit, annettendo paesi, esfiltrando presidenti. Ossessionato dai genitali, ripeteva di tenere gli uomini per le palle, le donne per la fica e che gli avversari dovessero baciargli il culo. Lo votarono con entusiasmo, fu democraticamente eletto.