Sospendere la vita, per poi farla ripartire come se niente fosse successo, è un trucco che nei romanzi e film di fantascienza permette agli esseri umani lunghissimi viaggi nello spazio (e nel tempo). Naturalmente la scienza, e soprattutto la medicina, sono molto interessate a questa strategia, che ha già applicazioni reali, seppure parziali, molto limitate e a breve termine, come l’arresto circolatorio ipotermico profondo, tecnica che viene usata in certi interventi cardiochirurgici abbassando la temperatura del corpo, e rallentando il metabolismo, così da permettere al cervello di tollerare l’assenza di flusso sanguigno fino a 30-40 minuti.
Ciò che rende meno fantascientifica l’idea di tenerci in animazione sospesa per tempi molto più lunghi è la straordinaria capacità del cervello di recuperare dopo una sospensione indotta dall’ipotermia, che rafforza l’idea che la memoria sia codificata nella struttura delle connessioni sinaptiche e che quindi si possa far ripartire il cervello senza compromettere i ricordi.
L’esperimento: prima raffreddare e poi riattivare una porzione di cervello
Un nuovo studio pubblicato su PNAS va proprio in questo senso: un gruppo di ricercatori dell’Università Friedrich-Alexander di Erlangen ha raffreddato porzioni di cervello di topo fino a temperature criogeniche, arrestandone quasi completamente il movimento molecolare, per poi riscaldarle. Risultato: i neuroni riprendevano a comunicare, le sinapsi trasmettevano segnali, e le reti nervose mostravano ancora la plasticità sinaptica, cioè quella capacità di rafforzare o indebolire le connessioni che è alla base di apprendimento e memoria. Il cervello, in altre parole, si riaccendeva.







