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Ecco perché il prezzo economico del conflitto in Medioriente non è una questione di spazio, ma di tempo

La guerra in Iran è lontana dall’Italia. In linea d’aria Roma dista 4.300 chilometri da Teheran. Non ci sono rischi militari diretti. E nemmeno economici, dal momento che i due Paesi non sono seriamente connessi dal lato commerciale. Ma ciò che accade nel Golfo Persico può avere conseguenze indirette nefaste sull’economia italiana. Soprattutto se il conflitto dovesse durare a lungo.

Il rischio che corre l’Italia è quello energetico. Che, a cascata, minaccia il Pil. L’Italia è infatti una grande economia manifatturiera, che però importa gran parte dell’energia che consuma. Questo vale sia per il petrolio, sia per il gas. Ebbene, la guerra nel Golfo coinvolge un collo di bottiglia geografico che è lo stretto di Hormuz, da dove transita il 20% del petrolio mondiale. Il solo rischio fa aumentare i prezzi del Brent e del gas per i costi connessi con trasporti, assicurazioni, noli, ecc. Petrolio più caro significa benzine più care; mentre il prezzo del gas ha effetti ancora più pesanti, dal momento che il 40% dell’energia elettrica italiana è prodotta bruciando il gas, che così influenza la formazione del prezzo all’ingrosso dell’energia. Ciò determina, nel breve periodo, gli choc a cui stiamo assistendo in questi giorni. Il gas, in particolare, è più esposto del petrolio alle tensioni sui prezzi, perché la sua offerta è molto più rigida: i petrolieri possono aumentare la produzione, mentre il mercato del GNL è prossimo alla saturazione.