Al confine della grande base di Camp Singara, sulla strada che porta alla pista degli elicotteri, svettano e ruotano i missili Patriot americani. Radar sempre in funzione e armi cariche. «Questi sono i nostri angeli custodi», dicevano i soldati italiani, che con i colleghi americani condividono la vita in un compound in fase di allargamento: «Sono pronti e questo ci rassicura, ma speriamo che non sia necessario azionarli». E invece quel momento è arrivato, perché la notte di Erbil si è illuminata di fuoco. E le foto satellitari pubblicate sui social dai pasdaran mostrano quattro edifici centrati in pieno e ovviamente distrutti. Ma per fortuna sul fronte opposto rispetto ai container in cui abitano - e ora si rifugiano - gli uomini dell’Esercito italiano.

Le bombe che arrivano qui partono direttamente dall’Iran, ma in parte vengono fatte decollare dalle milizie che dal nord dell’Iraq tifano e combattono per Teheran. Guerriglieri armati dagli ayatollah e che da qualche anno sono rimasti orfani del supporto dell’Isis, che proprio da queste parti aveva creato la sua capitale. Mossul non è lontana, ma Erbil è davvero un altro mondo. Perché a combattere contro i tagliagole dello Stato islamico erano scesi in prima linea proprio i Peshmerga, i soldati di questa fetta di Kurdistan, una regione autonoma dell’Iraq che ha avviato un percorso di sviluppo (anche) economico parecchio diverso dal resto del paese che fu nelle mani di Saddam.