Caro papà, non so se stai organizzando la contabilità degli angeli, e non so che effetto ti farà questo libro ora che sei lassù nei cieli così alti che nemmeno i tassi della Bce riescono ad arrivarci, ma ti ho pensato tanto scrivendo Ire di denari. Non c’è stata pagina che io non abbia iniziato e finito senza pensare a te. La banca, infatti, a casa nostra era un’istituzione. Era il tuo ufficio. Il tuo e il nostro pane. Il santuario del lavoro. Dei numeri. E del rigore. Ricordo quando ero piccolo e ti venivamo a prendere la sera, la mamma e io, quelle poche volte che uscivi prima che fosse notte, e avevi tempo per una breve passeggiata. Ti aspettavamo in strada e guardavamo su, verso le finestre illuminate, come si guarda alle vetrate di una cattedrale. «Mamma, perché mettiamo i soldi in banca?» chiedevo. «Perché così crescono» rispondeva lei. «In banca i soldi crescono?» «Sicuro.» «Ma dici davvero?» «Davvero.» «E come fa papà a far crescere i soldi?» Via dei Martiri, Alessandria. Banca nazionale dell’agricoltura. Praticamente tu hai sempre lavorato lì, da quando ti sei diplomato. Avevi preso la maturità in ragioneria, senza grandi successi scolastici, per la verità. Ricordo ancora quando trovai le tue pagelle, nascoste maldestramente in un cassetto. «Papà, ma perché prendevi sempre 4?» «Perché allora i voti alti cominciavano dal 3. Quindi il 4 era come un 9» mi rispondevi serio, come se fosse vero. La scuola, in realtà, non ti era mai piaciuta: giocavi a calcio, con la maglia granata dei giovani del Toro, calcavi il Filadelfia e sognavi la serie A. Non avevi tempo per i libri.
Mario Giordano e il lato oscuro delle banche: come fregano i risparmiatori | Libero Quotidiano.it
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