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Ultimo aggiornamento: 8:00

Ogni anno, numerosi studi e sondaggi ci raccontano che un terzo dei bancari starebbe pensando di lasciare la propria scrivania in filiale per abbracciare la vita – tanto sognata quanto idealizzata – del consulente finanziario indipendente. I dati appaiono eclatanti: desiderio di libertà, voglia di autonomia, ambizione di crescere professionalmente e redditualmente senza più i vincoli dell’impiego tradizionale. Ma poi?

Poi quasi nessuno fa davvero il salto. E ogni volta che questi sondaggi vengono pubblicati, LinkedIn si popola come d’incanto di post scritti dai capi area delle reti, pronti a captationes benevolentiae, agendo sulla leva psicologica alimentata dall’articolo di turno del Sole 24 Ore: post pieni di entusiasmo e inviti velati a “cogliere l’occasione”, come se bastasse un hashtag o un commento ispirato per convincere qualcuno a cambiare vita.

Qui sta la grande verità che pochi vogliono ammettere: un conto è “pensare” di andare via, un altro è trovare il coraggio di farlo. La realtà ci restituisce l’immagine di un bancario spesso prigioniero delle proprie paure: paura di perdere la sicurezza dello stipendio fisso, timore di non essere in grado di costruire un portafoglio clienti competitivo, ansia davanti all’idea di dover gestire un’attività in proprio senza il parafulmine della banca alle spalle. È la sindrome del “vorrei ma non posso”, o meglio, del “vorrei ma non oso”.