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18 OTTOBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 7:30
C’è una leggerezza che, nel mondo bancario, finisce per assumere i contorni della prepotenza. È la leggerezza con cui alcuni istituti di credito — forti della propria posizione e spesso deboli di giudizio — brandiscono la minaccia della segnalazione a sofferenza contro imprese o persone fisiche, senza aver prima compiuto una valutazione complessiva delle reali condizioni economiche e finanziarie del cliente. Un’operazione che, anziché tutelare il sistema, mina alla base il principio di correttezza e può distruggere la reputazione e la sopravvivenza economica di chi viene colpito.
La giurisprudenza ha da tempo chiarito che la segnalazione a sofferenza non è un automatismo. Prima di procedere, la banca deve accertare che il soggetto versi in uno stato di persistente instabilità patrimoniale e finanziaria, tale da rendere ragionevolmente improbabile il recupero del credito. Non può dunque bastare un semplice ritardo nel pagamento, un inadempimento momentaneo o una situazione di tensione finanziaria passeggera per giustificare una misura tanto invasiva e potenzialmente distruttiva per la reputazione e la continuità aziendale del cliente.










