Dai passaggi nascosti alla vetta del grattacielo più alto d’Italia. Un viaggio dietro le quinte dei “salotti buoni” della finanza
di Francesco Manacorda
Sono le stanze del potere. Dietro quelle porte – rigorosamente chiuse – decisioni fondamentali, scontri di opinioni e soprattutto di interessi, piani di conquista o difese allestite in tutta fretta. Tra velluti e affreschi ottocenteschi o al riparo di vetrate con vista vertiginosa su Milano, le sale dove si riuniscono i consigli d’amministrazione delle grandi società quotate restano ambienti ignoti ai più, coperti da una coltre di riserbo e allo stesso tempo simbolo di un potere – quello finanziario – che ama autocelebrarsi anche architettonicamente. Per metà salotto buono, qui da intendersi non solo o non tanto come campionario di grandi nomi del capitalismo quanto nel senso proprio di sala di rappresentanza, come quelle che negli anni 70 venivano religiosamente preservate dal logorio della vita moderna sotto strati di cellophane. Ma per l’altra metà, specie in questi mesi di risiko bancario e di feroci battaglie finanziarie, sale di comando e controllo – un tocco di Doctor Strangelove in grisaglia – dove tra grafici e tabelle si studiano le strategie che verranno poi attuate sul campo, in Borsa.







