Doppiopetto e pochette, l’avvocato Marco De Luca fa strada fra queste stanze silenziose. Ci sono stucchi, velluti, opere d’arte, manuali di diritto, codici. Dalle finestre spunta imponente il torrione del Castello Sforzesco che da lassù avrà visto bussare a queste porte molti protagonisti della finanza e dell’imprenditoria del nostro Paese. «Ho scoperto che un secolo fa questa casa era di Luigi Albertini (lo storico direttore del Corriere della Sera, ndr) e che l’ha venduta quando fu cacciato dal regime fascista», dice compiaciuto De Luca. Una segretaria sorride cortese dietro il vetro, lui indica l'olio su tela del Palagi che copre una parete, infila l’ultima porta e si ferma: «Eccoli».

Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, Montedison, Parmalat, Pirelli, Alitalia, British Telecom, Antonveneta, Eni, Fiat, Cir, Ilva, Raul Gardini… Sono i fascicoli monstre. Mezzo secolo di scandali finanziari, di processi infiniti, di misteri. Un archivio che racconta la storia del malaffare d’Italia, con qualche sporadica incursione in ambienti più leggeri ai quali De Luca è affezionato: il Milan, la Ferrari, il Teatro alla Scala. Boccate d’ossigeno.

Settantottenne in buona forma, la calma e la riservatezza come regole esistenziali, dopo decenni di «mi spiace, non parlo» l’avvocato dei potenti ha deciso di raccontare l'intricato mondo in cui ha lavorato per una vita.