Nello sport di alto livello il confine tra allenarsi al massimo e spingersi oltre è sottile. Carichi crescenti, calendari fitti, pressione agonistica: il rischio di superare la soglia di tolleranza dell’organismo è concreto. La scienza dello sport chiama questo fenomeno sovraccarico e lo descrive come un continuum, una progressione che parte da una fase gestibile e può arrivare fino a una vera e propria sindrome.

A ricordarlo, anche fuori dal tennis, è la lezione di Federica Brignone: nello sport di vertice la differenza non sta solo nella capacità di spingersi oltre il limite, ma nella lucidità di saper ascoltare il proprio corpo e la propria condizione psicologica, riconoscendo con maturità quando è il momento di rallentare, modulare i carichi o fermarsi per proteggere la prestazione futura.

A fare luce su questo tema è una ricerca dell’Università di Padova, pubblicata sulla rivista Psychology of Sport and Exercise e firmata da Marta Ghisi, ordinaria di Psicologia generale ed esperta di psicologia della salute e dello sport, e da Alice Valdesalici, dottoranda dello stesso ateneo. Lo studio ha analizzato undici studi per un totale di 461 atleti d’élite, con l’obiettivo di distinguere le diverse forme di sovraccarico e i loro effetti sulla mente.