Si chiama sindrome da sovrallenamento o "del ciclista bruciato".
E poi c'é la RED-S (Relative Energy Deficiency in Sport), che danneggia il corpo con l'insufficiente apporto energetico.
Cresce il numero dei professionisti che, a sorpresa, annunciano l'addio alle competizioni perché prematuramente logorati nella testa e nel fisico dai sacrifici che questo sport impone. Ma anche dalla pressione per il raggiungimento degli obiettivi, in costante lotta con il computer che dal manubrio li sfida a dare sempre di più.
E chi non é un marziano alla Tadaj Pogacar, può pagare tutto ciò con perdita di motivazione, stanchezza persistente che non migliora con il riposo, apatia. E ancora, aumento della frequenza cardiaca a riposo, dolori muscolari persistenti e alterazioni psicologiche, come insonnia e irritabilità. Fino a vedere la bici trasformarsi da oggetto di divertimento in strumento di tortura. Così, mentre nel resto delle discipline sportive - dal calcio al tennis - aumenta la longevità, lo scorso anno sono stati oltre venti i ritiri, solo tra i protagonisti del World Tour di ciclismo. E, in uno sport che conosce la fatica nella sua espressione più brutale e per questo in passato ha pagato pesanti dazi al doping, si apre una nuova frontiera.










