I 730 dipendenti della modenese Cpc, da 60 anni specializzata in plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, sono finiti nelle mani della giapponese Mitsubishi Chemical Group. Mentre Piaggio Aerospace è ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori. La Omb Saleri è stata venduta a un fondo statunitense. E così via, fino a 255 aziende italiane ora controllate da investitori stranieri. Minimo comun denominatore? La cessione è avvenuta dopo il novembre 2022, quando si è insediato il governo Meloni, quello che ha voluto esplicitamente citare il “made in Italy” nel nome del ministero delle Imprese. Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altre 60 e come nel caso della Cpc aprono spesso le porte a una vendita totale. Nel conto, tra l’altro, non rientra il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà passerà dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors.
Lo spaccato desolante emerge dal report sullo stato e le tendenze dell’industria metalmeccanica italiana, presentato dall’Ufficio studio della Fiom-Cgil guidato da Matteo Gaddi. Una sorta di autopsia della crisi: “Di made in Italy ormai sono rimasti lavoratrici e lavoratori”, avvisa il segretario generale Michele De Palma avvertendo che è in atto “un processo di perdita di sovranità industriale, anche nelle piccole e medie imprese”, senza che dal fenomeno si salvino le eccellenze della struttura industriale italiana. “In questo momento piccolo non è bello, ma è un problema: significa – spiega – non avere forza per investimenti né fare economia di scala. La politica industriale del governo dovrebbe avere come priorità l’incentivazione di processi di strutturazione e crescita dimensionale”.








