L’acqua peggio di una bomba: se l’Iran colpisce la dissalazione, il Golfo è inabitabile. Khamenei è stato ucciso, ma è come se fosse ancora vivo. L'Iran, dicono fonti interne del regime, sta eseguendo alla lettera il piano di rappresaglia dell'Ayatollah, morto sabato scorso nella prima ondata di bombardamenti su Teheran. Secondo il Financial Times, la guida suprema e i suoi luogotenenti avevano ideato una strategia di ritorsione dettagliata in caso di un attacco massiccio e congiunto di Israele e Stati Uniti. L’obiettivo è chiaro: seminare caos in Medio Oriente, destabilizzare i mercati energetici globali e alzare il costo della guerra sperando che i nemici si fermino. È questa la differenza rispetto alla guerra contro Israele dello scorso giugno. Questa volta l’Iran ha scatenato un’escalation “orizzontale”, colpendo con rapidità e furia anche gli Stati arabi del Golfo. L’altro cambiamento è che la risposta oggi è decentralizzata; nel senso che le unità armate iraniane agiscono in modo più autonomo, prendendo decisioni senza consultare i vertici militari, che in molti casi sono stati uccisi. “Le nostre unità militari sono ora, di fatto, indipendenti e in parte isolate, e agiscono sulla base di istruzioni generali ricevute in anticipo”, ha dichiarato ad Al Jazeera il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. E ora veniamo all’acqua. Chissà cosa ha lasciato scritto o ordinato Khamenei prima di morire. Qual è il limite a cui si spingerà il regime per sopravvivere? E le unità sul campo, in una situazione che si fa via via più disperata, è possibile che escano dal canovaccio e facciano cose sempre più estreme? Non colpendo solo traffici e infrastrutture energetiche, ma la stessa sopravvivenza dei paesi della regione. Ricordiamoci che il punto più vulnerabile non è il gas né il petrolio. È l’acqua. Senza la quale, in un territorio con poche falde e temperature tra le più alte al mondo, non c’è vita. Kuwait, Qatar e Oman dipendono quasi interamente dagli impianti di dissalazione per la loro acqua potabile — Kuwait per circa 90%, Oman 86%, Qatar oltre 99%. In Arabia Saudita e negli Emirati la quota è rilevante, ma con differenze significative: l'Arabia Saudita copre circa il 70% del proprio fabbisogno idrico tramite dissalazione, mentre negli Emirati la percentuale scende al 42% a livello nazionale, anche se per le grandi aree urbane costiere come Dubai e Abu Dhabi la dipendenza è molto più marcata. In un cavo diplomatico americano dell'agosto 2008, il funzionario dell'ambasciata Michael Gfoeller stimava che un attacco riuscito all'impianto di Jubail dell'Arabia Saudita, che all'epoca forniva a Riad la quota predominante del suo approvvigionamento idrico, avrebbe costretto il regno a evacuare la capitale entro una settimana. Il documento concludeva che "l'attuale struttura del governo saudita non potrebbe esistere senza l'impianto di dissalazione di Jubail". Da allora, l’Arabia Saudita ha aumentato la propria capacità produttiva — tuttavia gli impianti di desalinizzazione, concentrati lungo la costa, restano vulnerabili a missili e droni. Per gli altri paesi l’esposizione è simile, se non peggiore. Nel cuore del Golfo Persico ci sono alcune delle più grandi fabbriche d’acqua dolce del mondo, sparse lungo le coste come arterie per città e industrie. In Arabia Saudita la regina è l’impianto di Ras Al-Khair Power and Desalination Plant, capace di trasformare ogni giorno circa un milione di metri cubi di acqua di mare in acqua potabile. Altre grandi strutture sono Jubail e Shuaiba, che producono anch’esse centinaia di migliaia di metri cubi al giorno, combinando produzione di acqua ed energia nello stesso sito. L’Arabia Saudita sta espandendo questa capacità con nuove fasi costruttive, ma i dati operativi restano ancora inferiori alle proiezioni future. Negli Emirati Arabi Uniti c'è una concentrazione enorme di impianti: la mastodontica Jebel Ali Power and Desalination Plant, uno dei complessi multifase più grandi al mondo, produce circa 2,2 milioni di metri cubi al giorno, mentre il Taweelah Power and Desalination Complex supera i 909.000 m³, con tecnologia ad osmosi inversa più efficiente. Più a nord, impianti come quelli a Fujairah e Umm Al Quwain aggiungono capacità supplementare. In Qatar, i nodi principali sono Ras Abu Fontas e Ras Laffan, che insieme con altri sistemi producono un totale di più di 1,5 milioni di m³ al giorno, servendo Doha, le industrie del gas e le aree circostanti. In Kuwait, impianti come Al-Zour North Power and Water Plant e altri siti storici trasformano centinaia di migliaia di metri cubi di acqua marina, rifornendo la capitale e i sobborghi. Se l’Iran danneggiasse seriamente questi macchinari - non è detto che voglia, né che ci riesca - le conseguenze sarebbero devastanti. In un deserto caldo e con poche risorse idriche l’acqua è la base stessa della vita. Un blocco prolungato porterebbe a razionamenti drastici e costose importazioni con navi cisterna - e ci vorrebbero mesi o anni per riparare le infrastrutture. Resta da capire se Teheran si spingerà davvero a tanto. Colpire è tecnicamente possibile, ma rischia di essere un boomerang: le monarchie del Golfo potrebbero abbandonare l’esitazione e unirsi attivamente alla guerra.