Domenico Muti è un uomo intelligente e un ottimo professionista. Certo, è anche un figlio di papà, più che un figlio d’arte, giacché suo genitore è il maestro Riccardo, il più grande direttore d’orchestra italiano, e probabilmente non solo, da oltre quarant’anni a questa parte. Domenico si è seduto al tavolo della vita quindi con delle ottime carte; ma anziché spaventarsi, logorarsi in impossibili confronti o vivere schiacciato nell’ombra dorata, le ha giocate al meglio. Facilitato dalla parentela, ha deciso di intraprendere la carriera di manager e gestore artistico e culturale, occupandosi naturalmente anche delle attività del grande Riccardo.

Con notevole furbizia Nicola Colabianchi, sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia, di cui Muti senior fu direttore d’orchestra, aveva messo sotto contratto per tre anni Domenico, con compensi legati agli obiettivi, per promuovere l’attività del tempio musicale della Laguna. Ieri, fulmine a cielo già in tempesta, il manager ha lasciato l’incarico con effetto immediato «perché il clima che è stato creato non mi permette di andare avanti con serenità», rinunciando ai due anni e mezzo di contratto che aveva davanti e anche a quanto aveva già maturato e non gli è stato ancora saldato.