Siamo al quinto giorno di guerra e le lezioni sono di straordinaria importanza. Quando la Russia invase l’Ucraina, il prezzo del petrolio decollò a 122 dollari al barile. Quattro anni dopo, con una guerra che si sta ramificando in tutto il Medio Oriente, il cuore dell’energia mondiale, il Brent ha toccato gli 85 dollari al barile per poi atterrare in serata a 81 dollari.

Wall Street ha quasi pareggiato le perdite, nell’occhio del ciclone regna la calma, ma intorno c’è un muro di nubi dalla potenza estrema. La parola d’ordine del mercato è «niente panico», perché?

Ogni partita si svolge in più tempie qui siamo solo all’inizio del Grande Gioco. Petrolio, gas e carbone sono il motore dello sviluppo e lo saranno ancora per molti decenni - lo dimostrano i fatti di questo periodo storico intenso e accelerato - e la geopolitica della santa trinità degli idrocarburi continuerà a dominare la scena, intrecciandosi con l’agenda delle nazioni, lo sviluppo tecnologico (intelligenza artificiale e biotech sono i primi fattori di trasformazione dell’arsenale delle grandi potenze) e la disponibilità di materie prime (le terre rare) per “armare” l’hardware che fa girare il software.

Il primo fattore di cambiamento si chiama Donald Trump, gli Stati Uniti stanno giocando al ribasso, il presidente ha in vista le elezioni di medio-termine e non vuole andare al voto con il prezzo alla pompa di benzina che fa imbizzarrire i pick-up sull’immensa strada americana, tra il ranch e il grattacielo la politica è sempre «on the road».