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3 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 18:06
Lo schema si ripete uguale a se stesso. Gli Stati Uniti stanno trattando con l’Iran sul nucleare, Israele fa saltare il banco attaccando Teheran e Washington si trova a dover inseguire. O, come ammesso ieri da Marco Rubio parlando delle “major combat operations” iniziate il 28 febbraio, a bombardare “in via preventiva” sapendo che Tel Aviv lo sta per fare. Anche in quest’ultima guerra che si sta pericolosamente allargando all’intera regione Benjamin Netanyahu, promosso da Donald Trump a cane da guardia e tutore dell’ordine nell’area, continua a “scappare” al tycoon dettandogli l’agenda in Medio Oriente.
Il segretario di Stato non poteva essere più chiaro: “Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana – ha detto Rubio parlando con i giornalisti al Congresso -, sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, noi avremmo sofferto perdite maggiori”. E ancora, con altre parole: “La minaccia imminente era che sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato, e noi credevamo che lo sarebbe stato, ci avrebbe attaccato immediatamente, e non saremmo rimasti lì ad assorbire un colpo prima di rispondere”. Insomma, tradotto: Bibi ci ha trascinato in questa guerra prima che noi lo volessimo. Perché tra Washington e Teheran era in corso una trattativa mediata dall’Oman. Il 27 febbraio, poche ore prima che iniziasse l’attacco, il ministro degli Esteri di Muscat Sayyid Badr Albusaidi era stato a Washington da JD Vance per annunciare che gli ayatollah avevano accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito e un nuovo round di colloqui si sarebbe tenuto questa settimana. Una prospettiva che non poteva piacere a Netanyahu, timoroso che un accordo sul nucleare e il conseguente allentamento delle sanzioni avrebbe potuto rafforzare gli ayatollah.










