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A cavallo dei due secoli nella tranquillità della Versilia tutto per lui diventava: "Verso, rima, melodia"

Ci sono, nell'esistenza di ognuno, stagioni irripetibili che brillano come una supernova, il cui bagliore si irradia per decenni anche dopo la sua fine. Per d'Annunzio il periodo a cavallo tra i due secoli fu il più prolifico di una lunga parabola letteraria. Abbandonata la prosa di novelle e romanzi, nel corso di qualche estate scrisse la bellezza di ventimila versi raccolti poi nelle Laudi, oltre a dodicimila versi per la sempre più ricca produzione teatrale.

L'incredibile e irripetibile lustro delle Laudi verrà sempre rievocato dal poeta: un tempo felice e come sospeso in cui si spande il largo fiume della poesia. "Mi pare che tutto il mio sangue sia divenuto un fiume lirico inesauribile", scrive nella prodigiosa estate del 1902; e più di una volta, nel corso della vita, anche negli ultimi anni al Vittoriale, sognerà di tornare all'"ebrietà di Alcyone", quando "tutto m'era verso, rima, melodia".