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Torna l'"Antologia" di Almansi e Barbolini che raccoglie i versi tabù della letteratura italiana

Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo che è, sempre, corpo del reato è il banco di prova della scrittura: proprio perché è così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico alla penna, hanno la tastiera algida, fanno la parte dei castrati forse, semplicemente, lo fanno male. Non si va, in letteratura, oltre languide carezze, mortificanti sveltine, rituali brutalità alla bisogna. Nell'era di PornHub e di OnlyFan, del corpo ovunque esposto, comunque in vendita, il sesso è assassinato; tra le ossessioni letterarie è quella praticata peggio.

Per quel che ne so, il più grande scrittore sessuomane del Novecento è il francese Marcel Jouhandeau, cattolico professo (ovviamente, quasi del tutto assente nel perbenista panorama editoriale italico), mentre il più grande scrittore di sesso è Isaac B. Singer. In un racconto, Sangue, Singer narra di due Reuben, macellaio, e Risha, ninfa-milf di trent'anni più grande di lui che fanno sesso nel macello, tra i "rantoli di morti delle bestie". Non c'è da stupirsi: ebreo di genia yiddish, Singer proviene da una cultura che ha partorito uno dei più folgoranti poemi erotici della storia, il Cantico dei Cantici (leggere per credere, meglio se nella versione di Guido Ceronetti, stampa Adelphi). D'altra parte lo dice il libro dei libri, Genesi è nella scoperta di essere nudi ("e conobbero di essere nudi", Gen 3, 7) il carattere fondamentale dell'uomo, creatura divina svergognata su questa terra.