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Crocetti pubblica in una raccolta i componimenti folgoranti di questo "Rimbaud post moderno"

Si perde tra i reflui della leggenda la figura, voluttuosamente fuori tempo, madreperlacea, fuori conio rispetto all'era, di Dario Villa (1953-1996). In una fotografia di traslucida bellezza (scattata da Davide Mattone), Villa ha i capelli sparsi all'aria e il papillon, lo sguardo estatico, di una purezza che crocefigge. A vederlo intendo pare, più che altro, un Puck, un Mowgli, un arcangelico folletto.

Piacque a Giovanni Raboni, il doge della poesia milanese, che di Villa pubblicò l'estrema raccolta, Abiti insolubili, per Marsilio, nel 1995. In una poesia, Villa, accerchiato da specchi convessi, si fa il ritratto: "redattore dell'aria, ho molte volte/ volato tra volumi d'etere, tremanti nevi,/ ho stampato refusi folgoranti/ nel cielo plumbeo delle tipografie,/ volutamente confondendo le/ valutazioni della mente". Morì poco dopo, nel marzo del '96, troppo giovane era nato a Milano il 12 giugno del 1953 lasciando di sé rade tracce, tra la falena e l'aquila. Aveva esordito con una silloge, Lapsus in fabula, su Poesia Uno, libro collettivo edito da Guanda nel 1980, tra testi di Vittorio Sereni e Giovanni Giudici, Giancarlo Pontiggia e Alessandro Ceni. Cinque anni dopo, gli arrivò il Premio Mondello: insieme a lui premiarono Mario Luzi e Bernard Malamud. Preferì, per indole indocile, per la beata incapacità di mettere a profitto il talento, sperperarsi in introvabili edizioni d'arte. Pubblicò plaquette dai titoli sgargianti: Altra, da dentro; Periplo delle perplessità; Gravi danze interrotte; Venere strapazzata dai lunatici; La bambola gonfiabile e altre signore. "Credo che pochissimi poeti italiani, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, siano stati così costantemente, oserei dire così insistentemente frequentati dalla grazia", scrisse Raboni. Eppure, Dario Villa, l'infinitamente giovane, il poeta con la cerbottana come lira, finì schierato tra le leggende, in esilio dalle patrie antologie. I suoi versi, spesso miliari sentite qui: "certe volte/ risbuco dalla lieve/ pelle dei sogni/...e quelle schiere angeliche/ che mi baciavano l'inguine/ (dico i dorati caribi in amore)/ sono feti di topo,/ fetide dita, sacchi di furore/ e muoiono succhiandomi la linfa" , si passavano di labbra in labbra, nelle catacombe: di libri nemmeno l'ombra. Nel 2001 per Seniorservice Books, Katia Bagnoli impilò Tutte le poesie di Dario Villa; il volume sparì quasi subito dal convegno librario, librandosi come un fuoco fatuo il mito di Villa, intanto, il poeta che ha fatto lo scalpo alla poesia con la cristica falcata di un flâneur, montava.