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In "Musica per una fine" i versi del poeta sono "vestiti" dalle note del grande compositore. E commuovono

Fa un certo effetto ascoltare la voce di Pasolini oggi, mezzo secolo dopo il suo assassinio, che dice "io muoio ed anche questo mi nuoce". È la conclusione del testo che nel 1964 Pier Paolo Pasolini intitolò Gli Italiani e lo recitò affidando poi la registrazione a Ennio Morricone. Il maestro lo musicò ma l'opera non fu mai diffusa né eseguita prima di oggi. Ci ha pensato la SZ Sugar (nata nel 1907 con il nome di Edizioni Suvini Zerboni e poi rilevata da Ladislao Sugar fondatore dell'omonima etichetta) a pubblicare su tutte le piattaforme la prima registrazione di questo brano, che si intitola Musica per una fine e dura poco meno di due minuti, intensissimi, che si fanno ascoltare e riascoltare. Il testo, scritto a macchina dall'intellettuale e recitato con una voce sottile e partecipe, inizia con un implacabile "l'intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione". È un pessimismo sconsolato, irriducibile, che sceglie la più forte delle immagini per rafforzarsi nella mente dell'ascoltatore: "Neppure sul sangue dei lager da una dei milioni d'anime della nostra nazione un giudizio netto, interamente indignato". Pasolini si indigna della mancata e completa capacità di indignarsi di un popolo che definisce "ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere e non l'ha mai liberato". Espulso dal Pci nel 1949, Pasolini nel 1964 si era quasi per intero allontanato anche intellettualmente dal comunismo e criticava alla propria maniera l'omologazione culturale indotta dal consumismo. "Mostrare la mia faccia, la mia magrezza, alzare la mia sola puerile voce non ha più senso. La viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, con la più strana indifferenza", scrive e recita con voce tutt'altro che puerile.