Di recente il card. Camillo Ruini ha dichiarato: «Giovanni Paolo II era contrario al compromesso storico. Per lui, i cristiani che sul comunismo non ragionavano in termini di “noi” e “loro” non avevano capito». Purtroppo certi cattolici continuano a sbagliare pure con le successive metamorfosi del comunismo. Karol Wojtyla è stato uno dei più grandi Pontefici della storia e in quella sua frase si potevano ritrovare l’azione politica di Alcide De Gasperi e il pensiero del filosofo Augusto del Noce (e sicuramente concordavano con lui Joseph Ratzinger e don Luigi Giussani). Non era solo una sua opinione personale dovuta alla persecuzione del comunismo polacco.

Era il pensiero cattolico. Il problema di un certo mondo clericale, come ammoniva Paolo VI, è avere «un pensiero non cattolico», cioè un pensiero subalterno alle ideologie mondane. Purtroppo è oggi il pensiero di molti vescovi che non a caso finiscono poi a rimorchio dei post-comunisti odi quei progressismi che perseguono gli stessi scopi anticristiani e nichilisti del comunismo e del post-comunismo. In Italia i cattoprogressisti, che già con Prodi avevano portato gli ex-Pci al governo, dopo la morte di Giovanni Paolo II si unirono con i compagni in un unico partito, il Pd, che l’anno scorso ha effigiato Berlinguer nella sua tessera (oggi sono giustamente emarginati e irrilevanti nel Pd woke di Elly Schlein). L’episcopato italiano, quasi per intero, è interessato soprattutto alla politica e sulle posizioni della sinistra (basta leggere Avvenire per constatarlo): è di questi giorni la polemica sul referendum... Certo, questa Cei è anzitutto la conseguenza dei dodici anni di papa Bergoglio che ha demolito le svettanti guglie gotiche della Chiesa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI facendone un cumulo di rovine.