Benedetto XVI è stato un esempio straordinario della millenaria sapienza della Chiesa. Fatta di teologia, cultura, spiritualità e anche politica. Quanto manchi lo si capisce considerando l’attuale ceto clericale. Ieri, per esempio, il card. Zuppi, capo dei vescovi italiani, ha dato un’intervista a Repubblica per ripetere che «non si può usare Dio per giustificare la guerra». Tutti applaudono entusiasticamente. Bene. Ma nessuno si è accorto che è proprio il concetto centrale del famoso discorso che Benedetto XVI fece a Ratisbona, il 12 settembre 2006, discorso per il quale il Papa, invece, fu attaccato con durezza (anche certi cattolici presero le distanze).

Perché questo doppiopesismo? Perché Zuppi nella sua intervista usa quel concetto esclusivamente per attaccare Stati Uniti e Israele. Non dice una sola parola sul regime teocratico iraniano che, proprio in nome di Dio (lì Stato e religione sono una sola cosa), aggredisce il suo popolo da 47 anni (a gennaio ha ucciso migliaia di giovani), oltre ad esportare la violenza terrorista fuori dai confini e a cercare di costruire l’atomica con intenzioni minacciose. Quello di Zuppi è un comizio politico anti-Usa e anti-Israele. Invece Ratzinger svolse una riflessione ben più profonda che riguardava tutti: le religioni e poi quell’occidente che oppone fede e ragione e così cancella il legame profondo che, nella sua storia, la ragione ha avuto con il cristianesimo.