"Una volta a Santa Marta gli chiesi, 'Lei vuol fare veramente la riforma della Chiesa?' E lui mi rispose, 'no, voglio solo mettere Cristo al centro e sarà lui a farla'; non era un don Chisciotte come gli è stato erroneamente attribuito, tutto ciò che faceva era fondato sulla fede, così venivano anche i gesti: pregare, baciare, inchinarsi, come fece ai piedi dei leader del Sud Sudan per implorarli di fare la pace".

Analisi e ricordi personali si sovrappongono nella mente di padre Antonio Spadaro, una delle personalità ecclesiastiche più vicine a papa Francesco in tutti i suoi dodici anni di pontificato, autore della prima intervista al Pontefice, quella in cui Bergoglio illustrò il suo progetto di Chiesa come "ospedale da campo" e poi di molte altre, "tutte esperienze - dice in una intervista all'ANSA - molto forti, da giornalista esultavo e da prete tremavo" ma "lui mi incoraggiava, 'scrivi, scrivi' perché percepiva l'urgenza e il dramma di ogni momento storico".

Secondo Spadaro, ciò da cui non si potrà tornare indietro dopo il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, è "il lascito enorme sulla misericordia", mentre il dono più grande che Francesco ha fatto a Leone è "la libertà di essere se stesso, nessuno è fotocopia dell'altro e il suo pontificato con la sinodalità ha dato una possibilità al successore di ascoltare profondamente le dinamiche interne".