Il notissimo Guido Salvini, 71 anni compiuti a dicembre, dei quali 40 trascorsi nei tribunali, soprattutto a Milano, con funzioni di giudice istruttore e poi di giudice delle indagini preliminari, nel processo riformato da Giuliano Vassalli, si presenta, o si lascia presentare, così nella terza pagina di copertina dell’autobiografico Tiro al piccione, pubblicato da poco da Pendagron: «Non ha mai fatto parte, per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura». E ne ha pagato le conseguenze, direi, impiegando sette anni per uscire assolto da un procedimento disciplinare passato per due Consigli Superiori della Magistratura e sostanzialmente promosso contro di lui da iniziative cervellotiche, e reclamizzate dal Corriere della Sera, della Procura ambrosiana. Dove non godeva, appunto per la sua concezione della magistratura associata, di simpatie. Tanto più il suo lavoro era proficuo di risultati tanto più lui diventava scomodo e antipatico.

Fu decisivo, per tirarlo fuori dal processo kafkiano di due, ripeto, Consigli Superiori della Magistratura- intesi come due edizioni successive, essendo ancora unico il Consiglio Superiore che la riforma costituzionale sotto procedura referendaria vuole separare in due, come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri - una lettera di sostanziale protesta e diffida dell’allora presidente della commissione parlamentare di indagine sulle stragi Giovanni Pellegrino, del Pci e edizioni successive: non quindi della destra odiatissima dalla sinistra. Una commissione parlamentare d’indagine, quella sulle stragi, che aveva potuto avvalersi della professionalità e dell’esperienza proprio di Guido Salvini per esplorare quel complesso fenomeno dell’eversione terroristica che aveva insanguinato il Paese.