Il gioielliere condannato

Paolo Crucianelli

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Matteo Salvini ha ragione più spesso di quanto i suoi critici ammettano quando difende il principio della legittima difesa. Ha torto, sistematicamente, nella scelta dei simboli con cui difenderlo. Lo scrissi a suo tempo a proposito del gioielliere Mario Roggero, e la sentenza definitiva della Cassazione non fa che confermarlo: 14 anni e 9 mesi per un duplice omicidio e un tentato omicidio, pena motivata dai giudici di Asti e Torino escludendo non solo la legittima difesa, ma la stessa esistenza di un pericolo residuo. Le immagini delle telecamere, del resto, lo mostravano già a chiunque le guardasse con onestà: i rapinatori in fuga verso l’auto, Roggero che li insegue e spara, un uomo già a terra preso a calci alla testa, che morirà poco dopo. Non serviva un processo per capire che non era il caso da issare a bandiera.

E infatti, alla sentenza, Salvini ha risposto chiedendo la grazia a Mattarella lo stesso giorno. Una richiesta che nessun Capo dello Stato può accogliere a poche ore da un giudicato, e che nessun leader responsabile dovrebbe formulare: non perché Roggero non meriti attenzione umana, ma perché la grazia serve a punteggiare un percorso già scontato, non ad aggirare la sentenza appena scritta. È il secondo cavallo sbagliato in una settimana: il primo, approvato dal governo il giorno prima della sentenza, è persino più istruttivo. Il Consiglio dei ministri ha varato un ddl che esclude il risarcimento civile a chi subisce un danno commettendo rapine, furti in abitazione e alcuni altri reati, anche quando chi si difende è condannato per eccesso colposo di legittima difesa. Letta con attenzione, però, la norma non si applicherebbe al caso che l’ha ispirata: l’eccesso colposo presuppone una difesa ancora in corso, sia pure sproporzionata; Roggero è stato condannato per omicidio volontario puro, perché i giudici hanno stabilito che quando sparò non c’era più nulla da cui difendersi. La legge nata sul suo caso lo lascerebbe fuori dalla porta.